Brevi cenni storici sulla famiglia TANZA,

 

parentele ed alcuni possedimenti in Galatina.

 

 

La famiglia TANZA è documentata in Galatina dal secolo XV [1]

A conferma di tale dato vi è un atto di compravendita, in data 22 marzo 1424, con il quale tal Teodoro TAN(T)ZA trasferiva porzione di terreno a favore dello Spedale di S. Catarina di S. Pietro in Galatina [2].

In detto documento, custodito nell’Archivio di Stato di Napoli, tra le carte relative ai “Monasteri Soppressi” e precisamente fra quelle concernenti l’Archivio del Monastero degli Olivetani, nel volume n. 5503, documento III, LXXXVIII, 49, si legge: “Stromento in carta pecora della vendita fatta da Giacomo di Teodoro Tantza allo Spedale di S. Catarina di S. Pietro di Galatina di un ortale posto nel territorio di Galatina nelle pertinenze della Chiusa dello stesso spedale, pel prezzo di oncia una e tarì nove. Rog. dal Notr Gio. de Franco”.

La famiglia ebbe la sua affermazione nel 700, così come riferisce il Vallone a pag. 26 nell’opera innanzi citata:  “ … così nel primo settecento si affermano i Tanza ed in seguito, insieme ai Papadia, emergono civilmente i Cesari, mentre alcune famiglie ammassano cospicue ricchezze come i Viva, i Bardoscia ed altre ancora.’

Un importante documento che testimonia il fondamentale inserimento della famiglia patrizia nel tessuto della città di Galatina è la relazione del dicembre 1792, inviata da Pasquale Dell’Acqua, procuratore fiscale della Regia udienza di Lecce, incaricato dalla Corte di Ferdinando IV di Borbone, al segretario della Real Camera di Santa Chiara in Napoli ed avente per oggetto l’istruttoria, con parere favorevole, per la concessione del titolo di “città” all’università di Galatina (accordato, poi, con Reggio dispaccio del 20 luglio 1793).

Detta relazione ha per oggetto l’elencazione e la descrizione dei requisiti che rendevano, a parere del dell’Acqua, la “terra” di San Pietro in Galatina degna del titolo di città, di cui la sua università aveva chiesto di potersi fregiare.

Il Procuratore fiscale descrive minutamente la composizione del ceto distinguendo “i galantuomini”, appartenenti al 1° ceto, “gli artieri” al 2° ceto e “popolari e contadini” al 3° ceto.

In particolare riferisce: “… nello stesso primo ceto si numerano ancora sedici Dottori dell’una e dell’altra legge, cioè il Dottor Don Qronzio Tanza... il Dottor Don Francesco

Tanza, e tre Ecclesiastici.. il Dottor Don Antonio Tanza...

La redazione consta di dieci carte non numerate la cui prima parte espone l’iter burocratico della richiesta e i criteri seguiti dal Dell’Acqua per l’espressione del suo parere positivo.

Il Dell’Acqua ascoltò vari testimoni: “ … e conchiudendono tali testimoni, e specialmente il Dottor Don Baldassarre Papadia che recentemente ha dato alle stampe ‘Le Memorie istoriche di Galatina’, e con lui il Dottor Don Qronzio Tanza, ... “ elencò tutti i “Privilegi” che rendevano degna l’Università ad essere elevata al rango di città.

In particolare è dato leggere: “In seguito di quanto si è come sopra deposto da Testimoni relativamente alli varii Privilegi di detta Università di San Pietro, conceduti d’Antichi Monarchi, che si conservano nell’Archivio della medesima essendosi il Procuratore Fiscale di unita con l’attual Sindico Don Vincenzo Vignola, col Dottor Don Diego Angelini attual Consultore della Università, col suddetto Dott. Baldassarre Papadia, e col Cancelliere, ed altri portarono in casa del Dottor Don Oronzio TANZA, dove conservasi la cassa triclave con dentro di essa tutti i privilegi e Scritture della Università, quali tre diverse chiavi si tengono da detto Sindico Vignola una, l’altra dal suddetto Don Oronzio Tanza e la terza, da Don Ferdinando Capano, che a tal vuopo fu chiamato per esibire la chiave sua, come avendo ancora da Sindaco Vignola, e dal Tanza, ed apertasi la suddetta cassa, per mezzo di tali tre chiavi si osservò in primo luogo …” [3]

La famiglia possedeva anche una fornitissima biblioteca, l’unica che ha resistito alle incursioni … piratesche.

Da detta copiosa raccolta di libri è uscito anche il prezioso carteggio TANZA - CAPECELATRO, che è servito al Vacca[4] per il prezioso lavoro, appena citato, sulla situazione di terra d’Otranto tra la fine de 700 e gli albori dell’800.

In detta raccolta esiste anche un voluminoso blocco di manoscritti “Privileggia Magnificae Universitatis Terrae Sancti Petri in Galatina”, che raccolgono documentazione giuridico - amministrativa che va dalla fine del 500 alla metà del 700 [5]

Delle “carte” dei Tanza, nella cui casa si conservava “la Cassa triclave”, il Papadia utilizzò il diario dei FONDATI [6] e dalle stesse trasse il materiale galateano che usò per la biografia del noto Abate galatinese Don Antonio TANZA[7]  .

L’Abate (che fu nominato, con diploma dell’11 dicembre 1790, Ministro del Conte di Conversano e Duca di Nardò, nonché con altro diploma, dell’8 novembre 1794, Soprintendente alle Corti di Giustizia dei Feudi del Conte di Conversano), scriveva al fratello Oronzio nel 1803 assai preoccupato per la sorte di alcuni manoscritti poi ritrovati (e tra questi una “Parafrasi del Pater Noster”) che Michele Arditi gli aveva chiesto invano, mentre il Papadia ne aveva fatto fare alcune copie per E. D’AFFLITTO[8] .

Sempre in casa TANZA al di sopra dell’altare della cappella privata è conservato un San Pietro, opera giovanile del pittore Gioacchino TOMA [9].

Si ha notizia che il 21 maggio 1803, Don Francesco TANZA da Galatina sposa Stella MAVARO, di Don Antonio MAVARO[10],

Rosa Felice TANZA, figlia di Don Oronzio TANZA, sposò Don Giuseppe VENTURI[11].

Don Donato TANZA sposò in prime nozze Realina CARROZZINI da Soleto, ed ebbero dei figli, mentre in seconde nozze sposò Irene VENTURI, ma non ebbero figli.

Giuseppa TANZA sposò Don Federico ELIA, da Parabita, erede unico di Don Raffaele ELIA ed ebbero quattro figli: Raffaele, Donato, Francesco ed Anna (Raffaele ELIA, come il nonno Federico, ristrutturerà il castello di Parabita, nel 1911, che andrà in eredità ai figli della sorella Anna, sposata RAVENNA, famiglia che tuttora lo detiene)[12].

Un matrimonio che fece epoca nel Salento di fine secolo, e di cui si interessò ampiamente “Il Corriere del Circondario di Gallipoli”, fu quello celebrato da Monsignor Gaetano FERRARI, nell’antico Palazzo “Garignano”, il 10 novembre 1898 tra la gentile Annetta ELIA, di Federico e Giuseppa TANZA, e il giovane Tommaso RAVENNA, figliolo di Bartolo e Matilde MELODIA.

Vi è poi una Teresa TANZA che sposò un CONGEDO da Galatina, ed una Marianna TANZA che sposò un MONGIO’ da Maglie.

La famiglia TANZA è imparentata anche con l’antichissima e nobile famiglia CAPUTI da Minervino Murgie: Francesco TANZA sposò in prime nozze Filippetta CAPUTI di Michele (sposato con Rosina DE LUCA RESTA) ed ebbero tre figli: Realina[13], che sposò l’Avv. Felice LILLO, Rosina e Donato; in seconde nozze sposò Filippetta CAPUTI di Domenico (sposato, in prime nozze, con Silvia GIANNINI), il 07 marzo del 1886, ed ebbero dieci figli: Donato e Domenico (nati il 22 marzo del 1887), Pippi (nato il 14 gennaio 1893), Antonio (nato il 1° agosto 1896) e Mario (nato il 24 luglio 1901) morti subito dopo nati; rimasero in vita , invece, Nicolino (nato il 22 novembre 1890), Pietruzzo (nato il 02 dicembre 1892) Ettore (nato il 24 gennaio 1899), Mariannina (nata il 24 luglio 1901).

La famiglia TANZA figura anche negli elenchi delle famiglie nobili del 1500 che dimoravano ad Amsterdam.

Nella città di Galatina vi sono attualmente dedicate alla famiglia una Via ed una Corte (che delimitano immobili ancora posseduti dalla famiglia); in Nardò vi è una via.

In Galatina sorgono tre palazzi TANZA.

Uno è situato in via Scalfo (nn. 70-82), attualmente proprietà Venturi, diviso in più quote, una di questo secolo (n. civico 70) e l’estrema, in angolo con via Lillo, di un verboso 700, probabilmente opera della coppia De Palma -Orfano [14].

Nel 1787 Giuseppe TANZA aveva fatto completare da qualche anno il “quarto nuovo” del suo vasto palazzo messo in angolo tra la “strada detta Marra” e quella “detta del Purgatorio”. Le maestranze provenivano dall’alto Salento, tra Martina e Ostuni, che già nel basso Salento avevano realizzato non pochi edifici importandovi i primi germi del rococò. E in questo stile vaporoso, elegantemente leggero, tutto curve e controcurve, cartocci, conchiglie e scudi, tutto giocato su un verboso ma non stucchevole decorativismo, sono state disegnate le finestre e i panciuti balconi a coppia su questo straordinario palazzo che servì come esempio per altri della città mentre, come “stile”, rimase lettera morta per gran parte della vasta provincia salentina. Quel 1787 Giovanni fa eredi i figli Antonio, il futuro e celebre vicario dell’arcivescovo di Taranto Capecelatro, Oronzo, Francesco, Biondina, Caterina, Irene e Agata. Nello stesso atto volle che anche la sua privata libreria fosse dei figli. Una figlia di Oronzo, Rosa Felice, sposò Giuseppe Venturi di Copertino, coppia dalla quale derivò il ramo galatinese di questa famiglia che diede il nome a questo palazzo recentemente restaurato e passato di mano[15].

Un altro palazzo è situato in via Umberto I, di proprietà del Dott. Antonio TANZA, ereditato dalla zia Filippetta TANZA, sposata con Bernardino GALLUCCIO, edificato nel 1703, come si evince dall’incisione posta nell’arma ubicata al centro del palazzo ( foto n. C2 e C5)

Sul portale di via Umberto I (civico 6) l’arma dei Tanza indica, nel millesimo sottostante, che questo grandioso palazzo ospitato nel sito più centrale della città, a pochi passi dal sedile, fu ricostruito, non sappiamo in che grado, il 1703, forse con l’intervento di maestranze leccesi. L’edificio fu quasi integralmente ricostruito alla fine del 900 con esclusione della parte terminale su via d’Aruca (già via Cappuccini) dove le tre aperture in alto, prima della terrazza pensile, sono chiaramente della seconda metà del XVIII secolo: si vedano i decori rococò delle cornici delle finestre e gli sporti “a imbuto” dei balconi. Il palazzo conserva ancora un vasto giardino ad agrumeto al quale si accede da un lungo cortile coperto sulla cui zona mediana si apre, a sinistra, il quadrato scalone. Qui nacque e morì (1740-1811) il celebre vicario dell’arcivescovo di Taranto Capecelatro, Don Antonio TANZA, figlio di Giovanni e Tommasina VERNALEONE; fu costui ad ingrandire il palazzo avito prima del 1797, che nel 1790 ospitò proprio l’arcivescovo tarantino che, in una lettera del 3 settembre di quell’anno ricorda al Tanza “le felicissime sere passate in casa vostra” elogiando “il genio artistico che anima cotesta mobilissima popolazione”. Nel 1818 nel palazzo abitava Stella MAVARO, vedova di Francesco TANZA; nell’inventario dell’eredità il palazzo alla “strada orologio” è valutato 6.000 ducati e aveva già “il giardino con alberi nobili e comuni” molto ricca era la biblioteca di famiglia dove, tra l’altro, spiccano le “lezioni di commercio” del Genovesi. Dell’asse ereditario facevano parte la Masseria Raschione e quella Amendole; tutti i beni ammontavano all’ingente somma di oltre 22.295 ducati, oltre 4.000 di crediti che facevano della famiglia TANZA  una delle più ricche di Galatina. Il palazzo, in ottimo stato di conservazione, appartiene ancora ai Tanza. E’ certo che nel ‘500 questo palazzo apparteneva ai Vernaleone che investirono la loro ricchezza derivante originariamente dal lavoro professionale, nell’acquisto feudale di Miggiano [16]

 Il palazzo (cfr. foto. n. C2, C3 e C4) ricostruito nel 1703 fu completamente rifatto alla fine del secolo scorso con sobrie forme neoclassiche[17]

Gli interni dell’immobile sono evidenziati in una planimetria ottocentesca con la caratteristica toponomastica dell’epoca (cfr. foto. n. C 1).

L’ultimo palazzo Tanza, in Galatina, è quello sito al Corso porta Luce n. 20 di proprietà dell’avv. Antonio TANZA (per eredità di suo padre Corrado), che ha sposato Raffaella BARDOSCIA ed ha due figlie: Olga e Teresa.

L’immobile sorge lungo il perimetro del centro antico, sfruttando parte delle mura cinquecentesche (cfr. foto. n. Dl, D2, D7), ed è stato in parte rifatto e completato (ammezzato e 1° piano) alla fine dell’800, inizi 900 [18].

Oltre a porzione delle mura originarie, utilizzate per parte della base della costruzione, di particolare pregio è l’interno del palazzo: entrando si accede ad un ampio atrio (cfr. foto. n. D6) che termina con le antichissime stalle, oggi adibite a studio (cfr. foto. n. D7).

Sulla destra è posta la scalinata dalla quale si accede sia ai locali ammezzati che al primo piano dove si può ammirare l’ampio salone dei ricevimenti, la cosiddetta “galleria” (cfr. foto. n. D8, D10, D11), con l’albero genealogico (cfr foto. n. D11) ed altre tele, il cosiddetto “salottino rosso” (cfr. foto. n. D9) ed altri ambienti.

E’ stato di proprietà dei TANZA (sicuramente fu di Francesco TANZA e poi di sua figlia Silvia) anche un altro antico Palazzo del secolo XVIII sito in Galatina alla Corte Vinella.

Di proprietà Tanza è anche la secentesca “masseria Cavoti” (cfr. foto. n. E2, E3) che si trova sulla statale Galatina – Lecce, caratterizzata da un vasto bosco di querce che si estende alle sue spalle (cfr. foto n. E4).

La masseria è dotata di cappella privata con altare e statue in pietra risalenti all’epoca della costruzione (cfr. foto. n. E5).

Il territorio della masseria, rientrante nell’agro di Soleto, è riprodotto in una planimetria del l891 [19].

Dell’arma della famiglia TANZA si trova una sommaria descrizione nel n. 1 del 1991, a pag. 77, del “Bollettino Storico di Terra d’Otranto” edito da Congedo editore, Gatatina, dove si legge: “TANZA: fede di carnagione in capo, 3 stelle (di otto raggi) in fascia”.

L’arma è visibile sui citati palazzi TANZA di via Umberto I e di Corso Luce, nonché ai bordi della cappella privilegiata della famiglia, la cosiddetta “cappella del Presepe” (cfr. foto n. F1, F2, F3, F4 ed F5), sita all’estremo margine destro dell’altare centrale della Chiesa del Carmine in Galatina (cfr. foto. n. C5, D5, F4 e F5).

Nel cappellone a destra, è scolpita una meravigliosa Natività del Signore su cui primeggia un putto, con due testine alate, che nel filatterio presenta l’iscrizione GLORIA IN EX(celsis). La realizzò Mauro Manieri nel 1736 per la famiglia Tanza i cui stemmi sono scolpiti ai lati del paliotto[20].

Altra cappella privilegiata della famiglia, la c.d. “cappella dell’immacolata è sita nella chiesa dei Domenicani (o dell’Immacolata) al centro della fiancata destra della chiesa (cfr. foto. n. HI, H2).

Detta cappella, come si legge a cifre dorate sulla stessa (cfr. foto n. H3 ed H4)., fu restaurata da Francesco TANZA [21] .

 

 

La Cappella del Presepe nella Chiesa del Carmine.

 

La Chiesa del Carmine fu costruita, in Galatina, dal 1720 al 1724.

Meno sollecita fu invece l’esecuzione degli altari che di solito venivano realizzati dai privati i quali detenevano o richiedevano lo ius patronatus.

Più tarda è la costruzione di un altare, quello c. d. del PRESEPIO, voluto dalla pietas di una doviziosa famiglia galatinese: quella dei TANZA, che nel lontano 1703 aveva ristrutturato la propria ampia residenza cittadina prossima al ”sedile”.

Questi i fatti: il 13 giugno 1736 si costituirono al cospetto del “depositario” del Carmine il reverendo Don Diego, il “clerico” Don Leonardo e Giovanni TANZA, fratelli ed eredi del quondam Antonio TANZA, morto ab intestato.

Costui era recentemente scomparso e da poco aveva terminato di costruire l’altare sotto il titolo del “Santissimo Presepe”, presago forse dell’imminente fine, “legando” al figlio Diego la somma di 150 ducati “       da impiegare nella celebrazione di annue messe numero nove cantate …da celebrarsi in perpetuum nel tempo della solennizzaziane della novena del Santo Natale”; inoltre, anche per l’anima della moglie Oronzia TONDI, volle che il suo altare fosse tenuto “…perpetuamente adorno di tutti gli adobi necessari, con tre tovaglie di tela ordinaria, sei ciarrette indorate con li loro fioretti di carta, sei candelieri indorati, due riccioli ordinari, cartagloria, in principio e lavabo con le di li loro cornici indorate, il tutto però a proportione di detta cappella”.

Pertanto, volendo eseguire la volontà paterna, gli eredi di Antonio TANZA “per scrupolo di loro coscienza” versano ai frati la somma destinata aumentata di 30 ducati.

In quell’ anno priore era fra Alberto GERVASI.

Senza fare un analisi stilistica, basti qui osservare che le figure che costituiscono il Presepe dell’omonimo altare vanno senz’altro assegnate quanto all’ideazione (si veda l’accentuata profondità prospettica della scena, nonostante lo scarso spazio a disposizione, cfr. foto. n. FI, F2 e F3) all’architetto leccese Mauro MANIERI, attivo a Galatina anche nella chiesa dei Domenicani, che negli stessi anni aveva realizzato un Presepe per il nobile leccese Andrea GUARINI[22].

 

 

L’abate Antonio TANZA (1740-1811).

 

 

LA VITA

 

Di famiglia patrizia, nacque in San Pietro in Galatina il 3 maggio 1740 da Giovanni e da Tommasina VERNALEONE.

Le vecchie carte nulla dicono dei suoi primi studi, ma per tradizione si sa, che in quell’epoca, i giovani avviati al sacerdozio, venivano istruiti nei conventi o presso i sacerdoti di Galatina.

Fu ordinato sacerdote in Otranto dall’Arcivescovo Nicola CARACCIOLO il sabato “quatuor temporum post pentecostem” del 1764 [23].

Nel necrologio che pronunziò dinanzi alla sua salma Gregorio GORGONI si legge che Antonio TANZA, dopo aver studiato a Napoli per otto anni diritto civile e canonico, si laureò in utroque Jure in quella università non si sa in quale anno.

E stando al carteggio che è in calce al suo ritratto (cfr. foto n. A1), il Tanza era anche laureato in Teologia.

Egli dimostrò, secondo il Gorgoni, molto coraggio, nonché solida dottrina giuridica ed eloquenza nel difendere i diritti della città natale contro la casa baronale di Galatina che aveva usurpato un lascito destinato alla pubblica beneficenza.

L’amicizia del TANZA con il quasi coetaneo CAPECELATRO era di vecchia data.

Con ogni probabilità si erano conosciuti quando il TANZA era a Napoli a studiare.

Certo è che nel 1779, quando già da un anno il CAPECELATRO era Arcivescovo a Taranto, questi ringraziava il TANZA per il tabacco che gli aveva inviato in dono.

Nel 1790 Il CAPECELATRO fa un lungo giro nella provincia di Lecce e si ferma in Galatina per qualche settimana ospitato dai TANZA e rievoca le belle serate passate con loro, in una lettera del 24 novembre 1790.

Negli anni successivi la congeniale amicizia fu sempre coltivata con un attivo carteggio e con doni scambievoli.

Con diploma dell’11 dicembre 1790 il TANZA fu nominato Ministro cioè Duca di Nardò e agente del Conte di Conversano, dove si trasferì.

Con altro diploma dell’8 novembre 1794 fu nominato Soprintendente alle Corti di Giustizia dei feudi dello stesso Conte.

Il 14 novembre 1797, nominato Vicario Generale della Curia Arcivescovile di Taranto, raggiunge la nuova residenza lo stesso giorno accolto festosamente dal suo arcivescovo.

La vita del Vicario a Taranto, nei primi tempi, trascorre tranquilla tra l’intenso lavoro del nuovo ufficio, i ricevimenti, le arcadiche Accademie” e gli incontri di villa Santa Lucia che il CAPECELATRO aveva fatto costruire, a sue spese, qualche anno prima, su disegno del GRECO e con I decori del CORELLA di Martina.

Le lettere che il TANZA scrive al fratello Oronzio traboccano d’entusiasmo per Taranto che giudica più bella di Napoli, perché questa ha di meno, … “il mar piccolo”!

Ma, d’improvviso, la dolce arcadia si dissolve.

Ai primi di febbraio del 1799 pervenne una lettera che annunzia l’entrata delle truppe francesi nella Capitale, dove è stata proclamata la Repubblica, e si ingiunge di fare parimenti nelle province.

A Lecce ed in tutto il Salento dalle Autorità costituite e dai maggioranti si accetta passivamente il fatto compiuto e si fa la “Rivoluzione” con la “piantagione” dell’albero della Libertà, con l’immancabile Te Deum in chiesa e con rumorose, anche se poco convinte, dimostrazioni in piazza.

Il patriottismo galatino agì in chiave moderata e si registrarono le prime vittime che patirono il carcere per amore delle proprie idee: fu tra questi Oronzo TECO “sfrattato dai Reali domini” nel 1799 e rimpatriato nel 1802, come fa sapere Monsignor TANZA.

A Taranto l’epicentro degli avvenimenti è la Curia Arcivescovile.

Il CAPECELATRO pur ripetutamente sollecitato dalla folla, rifiuta la carica di Presidente della municipalità, ma facendo buon viso a cattiva sorte, formalmente aderisce alla Repubblica, invocando la pace cittadina, come gli impone il suo ministero.

Però la plebe, e non solo essa, attaccata al vecchio sovrano, travolse dopo non molti giorni la Repubblica e possiamo dire che a Taranto l’azione moderatrice, nonché il prestigio di cui godeva l’Arcivescovo, impedirono gli orrori del saccheggio che si verificarono altrove.

Con l’arresto di CAPECELATRO, che dovette raggiungere la Capitale per essere giudicato dalle giunte di Stato, il TANZA rimase solo nel governo dell’importante Arcidiocesi agitata sempre da un clero in buona parte corrotto e facinoroso.

Anche se non direttamente, attraverso le lettere che il prelato gli scriveva da Napoli, noi siamo informati minutamente nell’assidua, coraggiosa, affettuosa, nonché competente assistenza del TANZA al suo Arcivescovo.

Dalle stesse lettere, come osserva il VACCA nel suo noto studio[24],  emerge l’equilibrio, “la civiltà”, l‘energia, il senso umano con cui il TANZA amministrava la Diocesi, nonché la perspicacia, la dignità, il tatto di navigato uomo di chiesa e di mondo con cui si districò nelle difficilissime relazioni con i generali francesi durante le due occupazioni militari nella penisola salentina.

L’occupazione militare francese fu affidata al Generale SOULT che giunse in Taranto il 23 aprile 1801, seguito da un notevole contingente che, alloggiato e mantenuto a totale carico del governo napoletano si acquartierò con artiglierie e munizioni, requisendo conventi ed abitazioni private, in Taranto, Brindisi, Lecce, Otranto, Maglie, Gallipoli.

A Galatina, grazie ai buoni uffici del TANZA, qualcuno fu esonerato dal fornire l’alloggio, ma in seguito il Generale SAINT CYR fu inflessibile, convinto che “queste singolarità distruggono il buon ordine” [25].

Il Salento ebbe allora a conoscere una doppia occupazione militare francese, prima ancora del regno napoleonico: nel 1801 - 1802, dopo le paci di Luneville e di Firenze, e poi ancora nel 1803-1805, quando Napoleone impose al borbone questa parziale occupazione cautelativa del tallone d’Italia, come contromisura dell’occupazione inglese di Malta e Corfù.

Piovvero così in terra d’Otranto contingenti di occupazione francesi e cisalpini, ed il Vicario di Taranto ebbe il suo bel da fare ad alloggiare, festeggiare e tenere a bada il generale del Primo Console e poi dell’imperatore; e poi gli altri militari GOUVION, SAINT CYR, LECHI e CHABERT, i cui nomi passano nelle lettere del TANZA condite spesso di maliziosi commenti.

Affiora per un momento anche il nome di LACLOSS, autore delle “Liasons dangereuses”, che arrivò a Taranto da Generale di artiglieria e lì ammalatosi, lasciò le ossa nell’isoletta di San Paolo[26] .

Serrato argomentatore giuridico si dimostra il TANZA nelle memorie che egli scrisse in difesa dell’Arcivescovo inquisito.

Da lontano e da vicino incita sempre i suoi concittadini ad accorporarsi intorno al Comune, di cui conosce a fondo la storia, per difenderne gli interessi.

Il TANZA appare nel suo epistolario un uomo liberale ed aperto alle nuove correnti politiche.

Pur appartenendo a famiglia patrizia, giubilante annunzia al fratello l’abolizione delle feudalità, e fratello ed amici sprona alla collaborazione con il nuovo governo per rendere operanti e promulgate leggi così utili alla collettività.

Il 1806 segna per i Comuni il riscatto dal secolare asservimento baronale, ed il buon prelato TANZA, da Taranto, saluta entusiasta l’avvenimento ed offre 30 carlini da spendersi in mortaretti come contributo alle spese dei festeggiamenti che si terranno in Galatina.

Oltre al denaro egli vi contribuì con un inno e numerose iscrizioni che, destinate ad essere affisse in diversi luoghi pubblici, acclamavano l’avvento di Giuseppe NAPOLEONE e l’affrancamento dalla servitù dei signori GALLARATI-SCOTTI[27].

Sinceramente credente, ma anche uomo di specchiata probità, non si perdona il fervore con cui ha predicato su un miracolo avvenuto in Otranto, che poi si accertò impostura, e candidamente confessa al fratello che non riesce a sostenere lo sguardo degli amici.

Il suo candore si manifesta quando, improvvisamente, allo specchio si accorge di avere tutti i capelli bianchi; quando in vista dell’imminente seconda occupazione militare, si premura, come aveva fatto nella prima, di far ricoverare nei monasteri le signorine di buona famiglia, per preservarle dalle insidie amatorie degli intraprendenti ufficiali francesi e, constatato con meraviglia che nessuna di esse è disposta ad accettare le sue cautele, si dà senz’altro del minchione.

Ingenuità del resto superata subito comunicando con indulgente arguzia che le signorine avevano accolto i francesi “ambabus ulnis et difaricatis coxis”.

E dopo averne viste tante e tante di tresche tra indigene e stranieri, commenta con bonaria malizia “ … a suo tempo comparirà la semente”.

I francesi, infatti, dai Generali ai gregari, come la guarnigione spagnola ai tempi di Don Abbondio, insegnavano laggiù il pudore alle ragazze ed alle dame, ed in un altra lettera al fratello il buon TANZA, getta un grido di trionfo, per aver visto al fine cacciare a pedate dall’Episcopio una “diavola americana”, amica del Generale SEVEROLI, che aveva portato fin nelle sacre mura le sue sfacciate pretese e le sue dissolutezze[28].

Secondo i precetti di San Tommaso d’Acquino e della Chiesa la gola è tra i sette peccati capitali ed è inutile dire che il nostro Vicario ciò non ignorava.

Tuttavia egli indulgeva alle leccornie ed ai manicaretti di una nipote che, prevenendo i suoi desideri, si premurava da lontano di confezionare per lui.

Ma non per questo Don Antonio era uno stravagante onde possiamo essere sicuri che non solo il confessore lo assolveva da questi veniali peccatucci di gola, ma che anche il buon Dio, quando si presentò al suo cospetto lo accolse tra le sue braccia misericordiose.

Ecclesiastico, nel quale la castità si può dire connaturata, non era tuttavia insensibile al fascino della bellezza femminile.

Gli apparve improvvisamente innanzi la moglie di un generale francese e non poté fare a meno di comunicare al fratello che “madame DE SALIGNAC è una vera Venere”

Ma non per questo è lecito inferire che il consolidato candore del nostro Vicario sia stato vulnerato almeno nelle intenzioni.

Il TANZA dimostrò coraggio e destrezza durante le congiure ordite nell’aprile e nel luglio 1806 dai reazionari, dopo l’avvento al trono di Re Giuseppe BONAPARTE (lettera del 21 aprile 1806 e 23 agosto 1809).

Mentre Taranto era sguarnita di Truppe si scoprì che per la sera del 17 luglio 1806 era preordinato l’incendio dell’Episcopio, il saccheggio delle case dei possidenti ed il massacro delle personalità più in vista che avevano aderito al nuovo governo, tra cui il TANZA, che era tra i fautori più entusiasti.

Questi rapidamente radunò intorno a se Autorità e notabili ed organizzò la comune difesa armando a sue spese, preti e frati che, in pattuglia fece circolare per la città tutta illuminata.

Ciò valse a paralizzare i congiurati che furono quasi tutti arrestati ed alcuni fucilati, nonché a far tornare la tranquillità a Taranto come riconobbero a sua lode i generali francesi.

Era un bibliofilo amoroso: i libri gli erano necessari come l’aria e il suo animo era sempre trepidante, quando gli si comunicava che un libro, da lui richiesto, non era stato trovato.

E a tale proposito, narra al fratello Oronzio, di un ignorante canonico tarantino, a suo dire,”un vile porco epicureo”, il quale ripetutamente derideva la sua accanita bibliofilia, incitandolo a vendere i suoi libri “per mangiarli” ed al quale rispondeva: “ …  e dire che qualcuno non mangia per comprarseli”.

Uomo di studio, sempre avido di imparare, il TANZA fu in rapporto epistolare con eminenti uomini di cultura, quali il Galanti, il Longano, il Gagliardo, il Salerni, il De Marco, l‘Arditi, il Papadia, l’Ungaro ed altri.

Tutto intriso di “pietas erga partiam” prima da lontano e poi da vicino, egli come fosse cosa sua, fu coraggioso ed agguerrito paladino nel difendere il patrimonio dell’antico Ospedale di Galatina dalle mani rapaci di amministratori disonesti, e tra gli oneri ed i fastidi della sua carica egli sospira sempre la sua bella Galatina e la quiete domestica tra gli amati libri, gli affezionati parenti ed i congeniali amici.

L’abate, in una lettera da Taranto datata 09 dicembre 1804, si lamentava dell’abbandono in cui venivano lasciate le strade a Galatina ed nostalgicamente eslamava: “una volta si diceva la bella Galatina” [29] ed aggiungeva: “la città nostra non è grande, ma una volta fu pulita !”.

Così il 9 marzo del 1809 ottenuto il riposo dal suo Arcivescovo raggiungeva la piccola patria dove tra il compianto generale concludeva la sua vissuta stagione terrena il 21 aprile 1812.

 

IL CARTEGGIO TANZA - CAPECELATRO

Nel periodo in cui l’abate Antonio TANZA resse con tatto, sagacia e fermezza l’Arcidiocesi di Taranto agitata sempre da un clero, in buona parte, turbolento e licenzioso, era in corrispondenza incessante, con il fratello Oronzio TANZA, valoroso avvocato del foro di Lecce, nonché uomo di vaste ed altolocate aderenze in tutta la provincia, che risiedeva in Galatina.

Nella fitta corrispondenza, quasi sempre inviata a mezzo di corrieri fidati, Don Antonio non solo trattava affari privati di famiglia, ma informava il fratello di ciò che avveniva in Taranto e nella diocesi e comunicava anche le notizie riservate che gli pervenivano da Napoli dal suo Arcivescovo Giuseppe CAPECELATRO, che fu non solo consigliere di Stato con il Re Giuseppe Bonaparte, ma anche Ministro dell’interno con il Re Gioacchino Murat.

E’ da sottolineare che con i rivolgimenti avvenuti nello Stato Pontificio le perturbazioni già si addensavano nel confinante Regno Napoletano, che si preparava alla guerra contro i francesi, onde il Vicario al 17 marzo 1798 già firmava le sue lettere “nota manus”, raccomandando ripetutamente al fratello Oronzo, di distruggerle appena lette.

Purtroppo, il prudente consiglio dell’abate fu eseguito solo durante il periodo della Repubblica Napoletana dall’avvocato galatinese, mentre fu per fortuna trascurato dai primi dell’800 in poi.

Un altro diligente informatore dell’avvocato Oronzo TANZA, era il leccese procuratore “ad lites” Antonio SPEZZAFERRI, che sfugge ad ogni ricerca data la mediocrità della sua onesta persona, intenta soltanto a servire fedelmente l’avvocato TANZA nel disbrigo delle faccende giudiziarie in Tribunale e negli altri uffici.

Informava Don Oronzo sulle vicende delle cause patrocinate dall’avvocato in Tribunale e trasmetteva notizie sugli avvenimenti del capoluogo, attinte negli ambienti vicini al preside della Regia Udienza, che allora gestiva non soltanto il Tribunale, ma era anche il capo politico e militare della provincia.

L’epistolario confluì in casa TANZA, col definitivo ritorno del Vicario in Galatina: purtroppo la  raccolta subì qua e là sottrazioni [30] .

 

[1] Cfr. Baldassarre PAPADIA, Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia, a cura di Giancarlo VALLONE, Galatina, ed. Congedo, 1984, commento alla figura 37, Feudi e Città - studi di storia giuridica ed istituzionale pugliese, Galatina, ed. Congedo, 1993, pag. 223; Luigi MANNI, Antonia ROMANO, Francesca NATOLO, Rossella STOMEO e Pietro GIANNINI, Guida Epigrafica di Galatina, 2003 ed. Regione Puglia – Settore P.I. C.R.S.E.C., pag. 16).

[2]  Michele MONTINARI, Galatina antica – L’Ospedale di Santa Caterina, Galatina, ed. Serafini, XIX, doc. 28

[3]Cfr.M. MONTINARI, Storia di Galatina - testo inedito ampliato ed annotato a cura di A. ANTONACI, Galatina, editrice Salentina, 1972, pag. 267; cfr. Baldassarre PAPADIA, Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia, a cura di G. VALLONE, Galatina, ed. Congedo, 1984, pagg. XXVI, LIV e ss.; Pasquale DELL’ACQUA, Descrizione di San Pietro in Galatina - Istruttoria per l’elevazione al rango di città (1792) - a cura di G. L. DI MITRI e G. MANNA, Maglie, ed. Madona Oriente, 1994, pagg. 12, 13, 42 e 45.

[4] Cfr.  N.VACCA, Yerra d’Otranto fine settecento inizi ottocento – spigolature in tre carteggi, Bari, ed. Società di Storia patria per la Puglia, Bari, 1966.

[5]Cfr. M. MONTINARI, Storia di Galatina - testo inedito ampliato ed annotato a cura di A. ANTONACI, Galatina, editrice Salentina, 1972, pag. XIV.

[6]Cfr. G. VALLONE, Feudi e Città - studi di storia giuridica ed istituzionale pugliese, Galatina, ed. Congedo, 1993, pag. 208, nota 7

[7] Cfr. Baldassarre PAPADIA, Vite di alcuni uomini illustri salentini, Napoli. ed. Simoniana, 1806, pagg. 13 e ss.

[8] Cfr. B. PAPADIA, Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia, a cura di G. VALLONE, Galatina, ed. Congedo, 1984, pag. IX, nota 7

[9] Cfr. M. MONTINARI, Storia di Galatina- testo inedito ampliato ed annotato a cura di A. ANTONACI, Galatina, editrice Salentina, 1912 pag. 400

[10] Cfr. Mario VINCI, Per una biografia di Antonio MAVARO - 1725-1812 -) in “Lu lampiune”, agosto 1993, pagg. 239 e ss.

[11] Cfr. N. VACCA, Terra d’OTRANTO nel settecento inizi ottocento - spigolature in tre carteggi, Bari, ed. Società di Storia patria per la Puglia, Bari, 1966, nota 2 di pag. 25).

 

[12] Cfr. A. DE BERNART, PARABITA, Galatina, Ed. Congedo, pag. 67.

[13] Si legge su: “La voce della Coltura” dell’aprile 1952:” Una munifica elargizione. Con recente atto di donazione per notar Colaci di Galatina, l’Ente morale “Santuario della Coltura” si è arricchito di un altro imponente edjficio sulla via Coltura del valore di molti milioni. L’elargizione si deve alla munificenza della n. d. Sig.ra TANZA Realina, vedova del compianto Avv. Felice LILLO, la quale coadiuvata dall’infaticabile Cav. TANZA Antonio, ha condotto a termine la costruzione, appena iniziata alla morte del consorte, rispettando scrupolosamente la volontà dello stesso, verbalmente manifestata .........”

[14] Cfr. AA. VV., Guida di Galatina - La Storia, il centro antico, il territorio, a cura di Mario CAZZATO, Galatina, ed. Congedo, 1994, pag. 108; Baldassarre PAPADIA, Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia, a cura di Giancarlo VALLONE, Galatina, ed. Congedo, 1984, commento alle figure 32 e 33; nonché foto. n. B1, B2 e B3.

[15] Cfr. Mario CAZZATO, Palazzi e famiglie – Architettura civile a Galatina tra XVI e XVIII secolo, 2003 ed. Congedo, pagg. 104 e 105.

 

[16] Cfr. Mario CAZZATO, Palazzi e famiglie – Architettura civile a Galatina tra XVI e XVIII secolo, 2003 ed. Congedo, pagg. 104 e 105.

[17] Cfr. AA. VV., Guida di Galatina - La Storia, il cento antico, il territorio, a cura di Mario CAZZATO, Galatina, ed. Congedo, 1994, pag. 118, figure 253 e 251; Baldassarre PAPADIA, Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia, a cura di Giancarlo VALLONE, Galatina, ed. Congedo, 1984, commento alla figura 37).

 

[18] Cfr. AA. VV., Guida di Galatina - La Storia, il centro antico, il territorio, a cura di Mario CAZZATO, Galatina, ed. Congedo, 1994, pag. 126, figure 82 e 271; Baldassarre PAPADIA, Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia, a cura di Giancarlo VALLONE, Galatina, ed. Congedo, 1984, commento alla figura 37; nonché foto n. D2, D3, D4.

[19] Cfr. AA. VV., Guida di Galatina - La Storia, il cento antico, il territorio, o cura di Mario CAZZATO, Galatina, ed. Congedo, 1994, pag. 147, figura 318 e foto. n. Ei).

[20] Cfr.Luigi MANNI, Antonia ROMANO, Francesca NATOLO, Rossella STOMEO e Pietro GIANNINI, Guida Epigrafica di Galatina, 2003 ed. Regione Puglia – Settore P.I. C.R.S.E.C., pag. 29).

 

[21] Cfr. Ibid., pag. 15.

[22] Cfr. Mario CAZZATO in L‘epoca e l’autore dell’altare del Presepe nella Chiesa del Carmine di Galatina” in il Galatino del 17 maggio 1991, pag. 3; Maria PRATO in Il Carmine di Galatina, Galatina, 1990, pag. 55.

[23] Cfr. Archivio Arcivescovile di Otranto, Sacre Ordinazioni.

[24] Cfr. Nicola VACCA, Terra d’Otranto fine settecento inizi ottocento - spigolature in tre carteggi Bari, ed. Società di Storia patria per la Puglia, Bari, 1966),

[25] Cfr. Nicola VACCA, Terra d’Otranto fine settecento inizi ottocento - spigolature in tre carteggi, Bari, ed. Società di Storia patria per la Puglia, Bari, 1966, pagg. 129 e ss; Michele MONTINARI, Storia di Galatina di Antonio Antonaci, Galatina, ed. Salentina, 1972, pag. 286.

 

[26] Cfr. Francesco GABRIELI, Volti ed uomini di Puglia, Galatina, ed. Congedo, 1974, pag. 97).

 

[27] Cfr. Michele MONTINARI, Storia di Galatina di Antonio Antonaci, Galatina, ed. Salentina, 1912, pag. 286.

 

[28] Cfr.Francesco GABRIELI, Volti ed uomini di Puglia, Galatina, ed. Congedo, 1974, pag. 98.

 

[29] Cfr. Nicola VACCA, Terra d’Otranto fine settecento inizi ottocento - spigolature in tre carteggi, Bari, ed. Società di Storia patria per la Puglia, Bari, 1966, pag. 195)

[30] Cfr. Nicola VACCA, Terra d’Otranto fine settecento inizi ottocento spigolature in tre carteggi, Bari, ed. Società c Storia patria per la Puglia, Bari, 1966, pagg. 6 e ss..

 

 

h o m e